Il progetto

Quei caffè storici torinesi dove nacque l'Italia. E che puntano all'Unesco

Da Carlo Alberto a Cavour e Giolitti, tra tazzine e politica. Qui è stato inventato il tramezzino, il bicerin, il vermouth, il gelato su stecco. Ora si propongono come patrimonio immateriale

Accomodiamoci sulla poltrone create da Piffetti, il più grande ebanista italiano, respiriamo l'aroma del kafa, il primo caffè importato in Italia, perdiamoci con gli occhi nel trionfo di arte barocco liberty, mettiamo i denti nella storia addentando un tramezzino. Possiamo sentirci indifferentemente Carlo Alberto, Cavour o Giolitti, siamo nei caffè storici di Torino raccolti in un'associazione che adesso ha una grande ambizione: il riconoscimento come patrimonio immateriale dell'Unesco.

Un viaggio nel tempo

Dal Caffè Fiorio, tanto amato da Cavour, dove Carlo Alberto era solito inviare le sue spie per capire cosa la borghesia piemontese pensasse del suo regno. Al Bicerin, nato addirittura nel 1752. Fino al Caffè Lea, cuore pulsante della Torino progressista. Atmosfera d'altri tempi, monumenti silenziosi, anzi, moderatamente rumorosi. In cui, tra un caffè e un vermouth, si è fatta l'Italia. 

Servizio di Gian Piero Amandola

Intervista a Fulvio Griffa, Associazione Caffè Storici Torino e Piemonte