Reperti trafugati, dai tombaroli alle case d'asta. La procura di Catania ricostruisce la filiera

I beni archeologici, rubati dai siti siciliani più noti, sarebbero stati rivenduti illegalmente in tutta Europa. I magistrati hanno chiesto 55 misure cautelari.

In gruppo o singolarmente, monete soprattutto ma ci sono anche statuette, gioielli o anfore, venduti in negozi specializzati o tramite case d'asta internazionali. Un mercato alla luce del sole eppure in parte clandestino, su quest'ultimo si è concentrata l'indagine della Procura di Catania che ha portato alla richiesta di 55 misure cautelari, martedì i primi interrogatori. 

I magistrati ricostruiscono l'intera filiera: dalle squadre dei tombaroli, cioè chi fa fisicamente la ricerca con metal detector di ultima generazione, ai rivenditori internazionali che distribuiscono in tutta Europa reperti archeologici siciliani trafugati, illegalmente, in siti spesso incustoditi.

Un danno non nuovo al patrimonio culturale dell'isola già in passato beni rubati sono stati ritrovati nei musei di tutto il mondo.

I magistrati etnei hanno seguito le tracce di beni provenienti dai siti più noti di sicilia, da Himera a Kamarina passando per Eraclea Minoa o Gela, valutati da poche centinaia di euro a migliaia di sterline. Rivenduti con documenti di provenienza falsificati. Tra le case d'asta coinvolte nell'inchiesta etnea ce n'è anche una molto nota a Londra che ha chiuso nel 2024 proprio perché il suo proprietario ha ammesso di aver rivenduto reperti di provenienza illecita dopo essere stato incastrato da una inchiesta della BBC.