Trento
22 Gennaio 2020 Aggiornato alle 18:05
Storie & Mestieri

​Una croce nel bosco di Cei ricorda un infortunio di 140 anni fa

Nella splendida faggeta di Cei, verso Prà dall’Albi, una croce di ferro ricorda un terribile infortunio sul lavoro nel 1880. Vittima un 17enne

Il luogo è bellissimo. Le faggete della montagna sopra Villa Lagarina, nei dintorni del lago di Cei, riservano un dono per ogni stagione. Il silenzio dell’inverno, i tappeti di foglie in autunno, i colori e cinguettii nelle stagioni più calde.
Non per niente i Lodron prima, poi i conti Marzani scelsero proprio questi boschi per le loro villeggiature, per le battute di caccia, per ospitare nobili da mezza Europa.
Questo stesso bosco, luogo di divertimento per una manciata di eletti, era per i più un luogo di lavoro, di fatica e talvolta di morte.
Un volto della storia ben raccontato da una croce in ferro, che da 140 anni attira l’attenzione di chiunque percorra il sentiero che da Cei va verso la località Prà dall’Albi. Sullo sfondo tra i rami degli alberi la magia del lago intermittente di San Martino; nella stagione secca scompare, torna con le piogge per consentire poi al sole d'inverno giochi di luce sulla superficie gelata.
In questo luogo magico una notte d'autunno del 1880 giunse la morte; lo ricorda bene una croce in ferro che racconta la tragica sventura, che il 24 ottobre 1880 costò la vita a un ragazzo di 17 anni. Giobatta Manica era il suo nome. Così recita la scritta:
Qui cadde sotto un carro
E morì la notte 24 ottobre
1880 Giobatta Manica di
Castellano d’anni 17.
Dottor Matteo Gio.Batta
Ed Alfonso Pergher
Perché a Dio venga ricordato
Questa memoria
RIP
 
 Il carro sul quale viaggiavano Giobatta e altri due uomini trasportava cavoli, probabilmente prodotti nella non lontana Val di Gresta. Partito di notte da Castellano, dove il ragazzo viveva, era diretto al mercato di Trento. I “probabilmente” e i “forse” sono d’obbligo, nel ricostruire una storia tanto minuta e così lontana nel tempo. Quello che è certo è che il carro a Trento non giunse mai; si rovesciò schiacciando il povero Giobatta. Immaginiamo che uno dei suoi due compagni di viaggio sia tornato indietro per chiedere aiuto; e poi la corsa frenetica del dottore attraverso il bosco d’autunno per portare un inutile soccorso. E infine possiamo immaginare lo strazio che la terribile notizia (giunta in piena notte) dovette causare a una madre e a un padre. 
140 anni più tardi, sappiamo più della morte che della vita di Giobatta Manica. Nell’orazione funebre, il parroco di Castellano don Tovazzi lo definì giovane di “aurei costumi”, “speranza e sostegno della famiglia”, del padre Giovanni e della madre Lucia.
Fu probabilmente la compassione a spingere il dottor Matteo Gio.Batta e il signor Alfonso Pergher a porre la croce in memoria di una giovane vita che altrimenti sarebbe stata dimenticata per sempre.

					

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