Trento
14 Dicembre 2018 Aggiornato alle 22:35

Sarfatti, la ghost writer del Duce

Una donna di cultura e di potere durante un regime patriarcale. E' Margherita Sarfatti, il cui ruolo nel promuovere l'arte italiana nel primo dopoguerra, è raccontato da due mostre a Milano e a Rovereto, al Mart. Resterà aperta fino al 24 febbraio
di Gabriele Carletti

Socialista e femminista prima, fascista poi. Una donna di potere durante un regime machista, ebrea costretta alla fuga nel 1938, Margherita Sarfatti racchiude in sé tutte le contraddizioni del Novecento italiano.
"Margherita Sarfatti è stata la protagonista dell'arte tra le due guerre. E' stata una donna di un'immensa cultura, che aveva un grande potere e soprattutto un grande fascino"
Al Mart di Rovereto e al Museo del Novecento a Milano due mostre, autonome e complementari, fanno riemergere dall'oblìo questa figura complessa, carismatica. 
"Aveva questa cultura vastissima, conosceva quattro lingue perfettamente, era in grado di conversare in qualsiasi salotto intellettuale. Era veneziana di origini, ma già nel 1902 si trasferisce a Milano"
La Milano del fermento culturale, delle avanguardie storiche. A Rovereto invece l'accento è sul suo ruolo di ambasciatrice dell'arte italiana nel mondo. 100 capolavori di trenta maestri lanciati, consigliati, protetti da Margherita Sarfatti. Boccioni, Funi, Oppi, Sironi, Casorati, Carrà, de Chirico. 
Daniela Ferrari è la curatrice della mostra al Mart. 
"In queste sale abbiamo la possibilità di avere una carrellata veramente ampia di quelle che sono i temi del Movimento Novecento"
Un bisogno di "moderna classicità", così definì con un ossimoro il suo movimento artistico. Una reintepretazione della tradizione. Lei che voleva restituire all'Italia un primato culturale sul resto del mondo. Un colonialismo artistico
"C'è bisogno di trovare l'ordine, l'armonia, di trovare la misura delle cose nell'opera. E per certi aspetti ricomporre ciò che le avanguardie storiche, pensiamo anche al Cubismo avevano frantumato"
Siamo negli anni 20. L'ordine, l'armonia, il silenzio dopo l'immane tragedia della prima guerra mondiale.
"Il rapporto tra Sarfatti e Mussolini nacque nel 1912 e fu un incontro che avvenne negli uffici dell'Avanti, il giornale per il quale Sarfatti scriveva e del quale Mussolini divenne direttore. Inizialmente fu un incontro che portò a qualche scontro perché Mussolini non era molto interessato all'arte ma la fascinazione tra i due nacque immediatamente"
Fu lei l'autrice della più famosa biografia del Duce. Uscì nel 1925 a Londra e fu tradotta in 18 lingue, un best seller per l'epoca. Non solo, perché è dalla penna di Margherita Sarfatti che uscirono alcune interviste a firma di Benito Mussolini, soprattutto sui giornali stranieri. 
Quella che oggi si chiamerebbe una ghost writer
Questo ruolo non fu mai ufficializzato...
"Assolutamente no, questo ruolo le fu permesso in Italia solo nei primi anni" 
La stessa retorica fascista, l'ossessivo richiamo al glorioso passato dell'Impero romano, risentì dall'influenza di Margherita Sarfatti. Così racconta Ilaria Cimonetti, aiuto curatrice della mostra.
"Molti studi storici hanno appurato che molto dell'immaginario fascista legato alla romanità e quindi all'immaginario, retorico in qualche senso, della storia, del riferimento al grande passato derivano da Margherita Sarfatti"
Buffo per un regime che la donna la immaginava solo come "angelo del focolare". E in effetti, con gli anni 30 iniziò la progressiva emarginazione di Margherita Sarfatti dai centri del potere e della cultura. Il  movimento "Novecento", le cui opere che continuava a portare con successo in Europa, fu rinnegato da Mussolini. Non era arte fascista, di smaccata propaganda del regime. 
Arrivò il 1938, la vergogna delle leggi razziali. E Margherita Sarfatti riparò all'estero. Ciò che resta oggi solo le opere, i capolavori di quella che immaginò come una nuova età dell'oro dell'arte italiana.

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