Trento
22 Gennaio 2020 Aggiornato alle 18:51
Arte & Cultura

Un architetto di Rovereto per il futuro del museo d'arte di Chicago

E' Fabrizio Barozzi, 43 anni, che ha lasciato l'Italia per lavorare a Barcellona dopo gli studi: "Qui a quest'età sono considerato emergente, ma se lo dico negli Stati Uniti sorridono..". Nella città della quercia restano molti legami affettivi
di Alessandro Franzi, montaggio di Massimiliano Malizia

"In Italia sono considerato un giovane architetto, un emergente. Se lo dico negli Stati Uniti, non dico che sorridono... però quasi, perché un ragazzo di 43 anni deve essere ormai un professionista maturo che può farsi carico di progetti veramente importanti come quello dell'Art Institute". Il riordino dell'Art Institute di Chicago è il progetto che occuperà nei prossimi anni lo studio di Fabrizio Barozzi, che a 43 anni è uno dei più affermati architetti italiani nel panorama internazionale.

Lo incontriamo a Rovereto, la sua città natale. Lui ha però sempre lavorato all'estero, dopo gli studi a Venezia: dal 2004 ha uno studio a Barcellona con il collega Alberto Veiga. "L'Art Institute - racconta - è il secondo museo più grande degli Stati Uniti. Essere stati scelti dopo un periodo molto lungo di selezione, per noi rappresenta qualcosa di incredibile che ci permette di lavorare in un contesto in cui non avevamo mai lavorato".

Realizzare il progetto americano, dice l'architetto roveretano, senza svelare dettagli, prenderà "qualche decennio, forse anche di più". Barozzi e il suo studio hanno vinto diversi concorsi pubblici, in Europa. Come quello della Filarmonica di Stettino, in Polonia. Le galleria d'arte di Coira e Losanna, in Svizzera. Anche un piccolo progetto di restauro di una chiesa a Brunico. "Lavoriamo a Londra abbiamo fatto lavori a Parigi e nelle grandi capitali - prosegue nel racconto -, dove forse ci sono sempre più opportunità per un architetto. L'Europa non è più solo costituita da un raggruppamento di nazioni ma c'è un sistema di grandi città".

Ora la sfida americana, che allontana sempre più lo sguardo da un'Italia che resta invece un terreno ostile. "Il nostro ruolo - risponde Barozzi - in questi anni è cambiato, e specialmente in Italia si è anche degenerato. L'architetto è spesso visto come una figura non rilevante, qualcuno che mette lì delle idee un po' a casaccio. Ma questo è distante da quello che dovrebbe essere il ruolo dell'architetto, una persona deve guidare i processi di cambiamento con tempistiche lunghe che hanno un impatto sulle città e su come i cittadini vivono nelle città".  

La generazione di Barozzi ha avuto davanti a sé due sfide: uscire dall'ombra dei venerati maestri. E convivere con la lunga crisi economica: "Tutti gli interventi che hanno saputo fare molto con poco - dice -, ripensando l'uso di certi materiali e di certe formule, sono quelli che raccontano meglio il nostro tempo, proprio perché l'architetto ha dovuto in qualche modo reinventare la sua funzione".

E a Rovereto, che cosa lo ha ispirato?  "Io sono nato qua, sono cresciuto qua e continuo a tornarci di frequente. C'è un legame affettivo con Rovereto, con la famiglia, con gli amici che conservo fin dall'infanzia. Mi sono avvicinato all'architettira qui, quindi i nomi di Libera o Melotti sono stati presenti nel mio bagaglio sentimentale e forse mi hanno spinto anche inconsciamente ad avvicinarmi all'architettura". 

					

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