Trento
01 Dicembre 2020 Aggiornato alle 23:11
Ambiente

Sulle tracce del lupo, il predatore che sta ripopolando la montagna

Fino a marzo, il monitoraggio nazionale della specie che era sull'orlo dell'estinzione: partecipano ricercatori, volontari e associazioni dei cacciatori. In Trentino, è stata accertata finora la presenza di 13 branchi, ma il numero è in crescita
di Alessandro Franzi

Sull'altopiano di Predaia, un gruppo di quattro esperti perlustra una strada forestale che attraversa il bosco, in una delle poche zone della Val di Non dove non ci sono meleti. Si tratta di una squadra impegnata nel monitoraggio nazionale della popolazione dei lupi, promosso dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Sono ricercatori - in questo caso coordinati dal Muse insieme al servizio Fauna della Provincia autonoma di Trento - ma anche volontari e rappresentanti dei guardiacaccia dell'associazione cacciatori del Trentino.

Si pensa al lupo e si immaginano solo luoghi selvaggi. "Ma come tante altre specie - spiega Giulia Bombieri, che al museo delle scienze si occupa di grandi carnivori, dopo aver concluso il dottorato di ricerca - anche il lupo utilizza spesso le strade sterrate, le forestali e i sentieri realizzati e usati dall'uomo. Ed è soprattutto su questi itinerari che abbiamo stabilito i nostri tracciati". Il censimento, in Trentino, si sta svolgendo lungo 60 itinerari prestabiliti (li chiamano transetti), suddivisi per 32 quadranti di dieci chilometri per dieci: come nel resto d'Italia, le squadre li percorreranno sei volte entro il prossimo mese di marzo, quando il progetto si dovrà concludere.

Le piste dei lupi sono disseminate di tracce, a partire dagli escrementi con i quali i singoli esemplari 'segnano' il territorio, delimitando lo spazio dei singoli branchi in competizione fra loro per sopravvivere. "Sugli escrementi verranno poi fatte le analisi genetiche, che ci aiuteranno a capire di che individuo si tratti, quanti sono nella zona e come si muovono sul territorio", racconta ancora Bombieri, mostrando attraverso un'app sul proprio telefono la mappa sulla quale ciascun partecipante al monitoraggio deve caricare foto, note e immagini dei ritrovamenti che, alla fine, andranno a comporre lo studio definitivo.  

Con l'arrivo della neve, ci sarà un aiuto in più, perché le impronte degli animali sono più visibili all'occhio umano e si conservano più a lungo. In ogni caso, resta fondamentale l'utilizzo delle fototrappole, che vengono disseminate nei boschi anche da collaboratori amatoriali. Questi apparecchi registrano i movimenti della fauna giorno e notte: è grazie alle loro immagini che la vita appartata dei lupi viene catturata, scoprendo dettagli, abitudini e luoghi di frequentazione (nel video trovate alcune di queste riprese messe a disposizione da Enrico Ferraro, etologo veneto). 

Secondo il rapporto che ogni anno la Provincia dedica alla presenza dei grandi carnivori, nel 2019 in Trentino erano attivi 13 branchi, che significa 'famiglie' di lupi. Maschio, femmina e cuccioli, dunque si tratta di diverse decine di esemplari. Sono concentrati soprattutto nella parte orientale - dalla Lessinia alla Val di Fassa - in maniera speculare dunque rispetto alla presenza dell'orso, che popola invece l'area occidentale. Tuttavia anche qui qualcosa sta cambiando: non solo in Alta Val di Non, dove da tempo sono stati individuati due branchi nella zona a cavallo con la provincia di Bolzano, ma è notizia di poche settimane fa che tracce di un lupo sono state trovate anche nel parco dell'Adamello Brenta, verso la provincia di Brescia.

Dei 13 branchi, del resto, solo due sono considerati 'residenti' solo nel Trentino. Gli altri 11 spaziano ovviamente anche sui territori limitrofi, Lombardia, Altro Adige e Veneto. Il segnale di un aumento della popolazione è anche il numero degli incidenti stradali. Dall'inizio dell'anno ben quattro esemplari, soprattutto giovani, sono stati investiti e uccisi sulle strade della provincia: uno, appena qualche giorno fa, addirittura sulla tangenziale a nord di Trento. Si tratta, secondo gli esperti, di lupi in dispersione che cercano nuove aree da colonizzare, ma si ritrovano ad attraversare le zone più urbanizzate come la Valle dell'Adige, che è una barriera ecologica fatale per molte specie. 

I lupi stanno ripopolando l'area alpina, e dolomitica in particolare, dal 2010. "Siamo di fronte a un cambiamento che viene da lontano, spiega Paolo Pedrini, conservatore responsabile Zoologia dei vertebrati del Muse. Dopo che le Alpi erano state sfruttate in maniera intensa, dagli anni Cinquanta è tornata gradualmente la foresta e con essa sono tornate le prede dei lupi: gli ungulati". Altre tracce da seguire, quelle della fauna selvatica nel suo complesso. "Questa abbondanza - continua Pedrini - ha portato con sé una specie, il lupo, che era stata quasi sterminata dall'uomo e, in Italia, era presente solo negli Appennini. Da qui i lupi sono risaliti fino alle Alpi, confermando la loro capacità di ricolonizzare rapidamente i luoghi".

Avere dati completi e aggiornati su dove si trova e come si comporta, secondo il ricercatore del museo delle scienze trentino, "consentirà un approccio più chiaro alla gestione e al controllo di questa specie, che presenta anche dei problemi: in questo senso, potremo andare incontro alle domande e alle necessità degli agricoltori e degli allevatori di montagna". I lupi si nutrono di ungulati ma anche di ovini, caprini, bovini e tutti gli animali di allevamento. In Trentino lo scorso anno sono stati denunciati 46 attacchi alle greggi, pari a circa 37mila euro di indennizzi erogati dalla Provincia di Trento.

Pochi, se si pensa che agli orsi sono stati addebitati 228 casi, per oltre 152mila euro di danni. E poi, grazie alle precauzioni e a nuovi sistemi per il controllo come recinti elettrificati, gli attacchi dei lupi agli animali da allevamento sono diminuiti del 32% nel 2019 rispetto al 2018. Ma il lupo fa paura a chi vive di questo mestiere, e non sono state rare le proteste di chi minaccia di abbandonare gli alpeggi.

 

					

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