Sub tutela Dei, a Trento la storia del giudice Livatino

Proclamato beato nel 2021, la sua storia esempio di legalità e umanità. Una mostra all'Arcivescovile ne ripercorre la vita

Nei suoi appunti, agende e diari sempre tre lettere "STD". Ma quelle che dopo il suo assassinio si credevano essere le iniziali di un nome erano in realtà la definizione della vita di Rosario Livatino.
Un giudice Sub tutela Dei, sotto la protezione di Dio. 
Così si concepiva il giovane magistrato ucciso dalla mafia in Sicilia nel 1990. Al Liceo arcivescovile di Trento, una mostra ripercorre la vita di questo giudice proclamato beato lo scorso anno. 

"Quello che mi ha colpito di più, oltre alla sua dedizione per il lavoro, è stata anche la sua certezza, il non avere paura", racconta un ragazzo di quarta liceo, che insieme ai suoi compagni e alla professoressa Giuseppina Coali ha visitato il percorso.

Una paura che non fermò nemmeno Pietro Nava, agente di commercio, fu testimone oculare dell'esecuzione di Livatino, il primo testimone di giustizia in Italia.

"Sulla statale 640 (in provincia di Agrigento, ndr), quella mattina, morimmo in due: il povero giudice e Pietro Ivano Nava. Quello fu l’ultimo giorno della mia vita di prima. Nel momento esatto in cui andai a denunciare quel che avevo visto tutto cambiò per sempre", viene raccontato nella mostra. "Ma lo rifarei, se avessi taciuto non sarei più stato un uomo libero, non mi sarei più potuto guardare allo specchio".

"Livatino era un uomo che visse a pieno la sua vita, il suo lavoro. Aveva passione per ciò che faceva, uno sguardo - nel suo ruolo di giudice - che era il contrario della vendetta, direi una grande passione per la giustizia e la verità", dice Paolo Cainelli, del Centro culturale "il Mosaico".

A Trento un incontro con avvocati e magistrati di oggi, 30 anni dopo le stragi di Mafia, l'esempio di Livatino continua ad ispirare.