Da Masun e Kirka, cosa prevedeva Life Ursus e cosa è successo dopo

Era la metà degli anni Novanta quando si decise di reintrodurre gli orsi nelle Alpi centrali. Il Trentino venne scelto come area ideale, 7 trentini su 10 erano favorevoli. Oggi tutto è cambiato

Era il 1996 quando per la prima volta si decise di reintrodurre gli orsi nelle Alpi centrali. Con il progetto Life Ursus, finanziato dall'Unione europea, la provincia di Trento, il Parco Adamello Brenta e l'Istituto nazionale della fauna selvatica prevedevano di ricostituire in qualche decennio una popolazione di 40-50 esemplari. 

In un sondaggio effettuato tra la popolazione - parte dello studio di fattibilità - si disse a favore del progetto il 70% degli intervistati.

Tre anni dopo, nel 1999, dalla Slovenia arrivarono i primi esemplari, Masun e Kirka. Poi fu la volta di Daniza e altri 7 orsi, per un totale di 10. Tutti furono radiocollarati, per monitorarne gli spostamenti: nel 2002 la prima riproduzione accertata.

In quasi 25 anni dal nucleo originario importato dalla Slovenia si è sviluppata una popolazione ben più numerosa di quella prevista, ma quasi tutta discendente da due soli maschi: e proprio la scarsa variabilità genetica sarebbe, secondo gli esperti, alle origini dei comportamenti problematici di molti animali, oltre un centinaio quelli stimati oggi in Trentino.

Ora, dopo la prima aggressione mortale documentata in Italia, parlare esplicitamente di ridurre quel numero non è più un tabù.

 

Intanto gli esperti del Parco Naturale Adamello Brenta - fra i promotori del progetto Life Ursus - esprimono cordoglio e vicinanza alla famiglia di Andrea Papi.

“La tragedia avvenuta sul monte Peller ci ha scossi profondamente”, scrivono.

"Il Parco è da sempre impegnato nella conservazione dell'orso bruno, missione che rappresenta uno dei motivi ‘forti’ per i quali l’area protetta è stata istituita. Oggi il progetto Life Ursus non è più gestito dal Parco, essendo in capo alla Provincia autonoma di Trento. Ma il Parco continua a fare la sua parte, soprattutto con attività di ricerca, monitoraggio ed educazione ambientale. 

"Quello che è successo ora deve spingerci ad accrescere ulteriormente il nostro impegno per minimizzare le possibilità che si verifichino altre situazioni conflittuali o drammatiche. 

Siamo convinti che, al di là delle decisioni da prendersi nell’immediato, sia necessario continuare a studiare, a fare ricerca, a cercare di capire perché certi eventi avvengono, e a confrontarci con i modelli offerti da altre realtà, pur nella consapevolezza che non si possono fare paragoni semplicistici fra territori diversi o specie diverse. Siamo inoltre convinti che una comunicazione corretta, trasparente e ‘laica’ sia la strada più giusta ed efficace per aiutare sia le genti trentine che i visitatori a vivere il nostro straordinario ambiente naturale in maniera sicura, attenta, consapevole. Per questo ci impegneremo a coltivare un ancora più stretto dialogo con le strutture provinciali competenti, con gli enti locali, con le comunità interessate. Moltiplicheremo il nostro impegno nelle scuole, nei sentieri assieme agli escursionisti, nelle nostre case del Parco, nei luoghi dove si concentrano i visitatori, per dare loro informazioni utili anche sulla presenza di grandi carnivori e per prevenire l’insorgere di situazioni potenzialmente ‘a rischio’.