Tregua a Gaza, MSF: "Speriamo sia duratura, bisogna subito sbloccare gli aiuti umanitari"
Il trentino Stefano Di Carlo, direttore generale di Medici Senza Frontiere in Italia, sollecita l'ingresso degli aiuti necessari a un sistema sanitario distrutto e a una popolazione segnata dai due anni di guerra
L’accordo sulla tregua raggiunto ha creato nuove speranze nella Striscia di Gaza. Ma la situazione sul terreno resta tragica: “Sicuramente la tregua dà speranze ai palestinesi e alle famiglie degli ostaggi - sottolinea Stefano Di Carlo, trentino e direttore generale di Medici Senza Frontiere (MSF), ospite a Buongiorno Regione - speriamo sia duratura e soprattutto che aumenti l’ingresso di aiuti umanitari. Perché le persone a Gaza hanno perso tutto e le condizioni restano difficilissime”.
Se le armi si fermeranno dovrebbe aumentare il livello di sicurezza per tutti, dai civili agli operatori umanitari, che sono stati costantemente sotto pressione, tanto che MSF aveva recentemente deciso di lasciare Gaza City: “Nelle ultime settimane era diventato impossibile lavorare - prosegue Di Carlo - i carri armati circondavano ogni quartiere, i droni continuavano a volare e i bombardamenti erano costanti”.
Così, con mille pazienti, MSF si è spostata più a sud, una zona che doveva essere più sicura. Ma solo sulla carta: “Dopo pochi giorni anche lì due nostri colleghi, che aspettavano una navetta per venire in clinica, sono stati colpiti da una scheggia di un razzo e sono morti”. Alla mancanza di sicurezza si unisce un’altra caratteristica del conflitto, che rende Gaza una situazione praticamente unica: “Gaza è diversa, perché da lì le persone non possono scappare. Nelle guerre le persone normalmente si spostano dalle zone di scontro attivo verso quelle più sicure. A Gaza non è possibile perché l’esercito israeliano controlla tutti i movimenti e le uscite dal territorio”.
Questo si riflette sulla condizione sanitaria della popolazione: “Alle ferite di guerra, ai traumi e alle gravissime bruciature si aggiungono i problemi creati dal blocco degli aiuti e dalla distruzione delle infrastrutture sanitarie - racconta Di Carlo - a Gaza anche chi ha una semplice ipertensione non ha i medicinali per curarsi. O una donna incinta che deve sottoporsi a un cesareo può trovarsi in una zona dove non ci sono ospedali. E così si creano situazioni difficilissime anche per patologie teoricamente facili da trattare”. E contro queste difficoltà si opera confrontandosi con una carenza anche degli strumenti basilari: “Ci sono state settimane in cui a Gaza non è entrato nulla. I nostri colleghi si sono ritrovati a disinfettare con acqua e aceto e a svolgere operazioni senza anestesia”.
Problematiche che in questo momento si trova a toccare con mano Rosa Mazzone, amministratrice di missione per MSF nella Striscia di Gaza: “Di solito le emergenze durano dai 3 ai 6 mesi, poi dopo il picco parte la ricostruzione. Qui a Gaza finora in 2 anni non c’è stato respiro tra un’emergenza e l’altra”.
L’afflusso delle persone in cerca d’aiuto è continuo: “Ci occupiamo principalmente di chirurgia ortopedica e da trauma. E i pazienti sono notevolmente aumentati - prosegue Mazzone - abbiamo dovuto riorganizzare la nostra capacità e il numero dei posti letto”. Uno sforzo che però può non bastare: “Immaginate cosa significa essere amputati e non trovare posto in ospedale. Le persone si ritrovano a vivere per strada, sulla sabbia, magari protette da un lenzuolo, e qui mancano garze sterili, antibiotici e acqua pulita. Inevitabilmente questi pazienti tornano da noi quando l’infezione si è ormai diffusa. Si tratta di una lotta impari”.
Gli operatori sanitari si misurano con sensazioni difficili da sopportare: “Noi siamo qui per curare e non poterlo fare perché ancora c’è un blocco degli aiuti è frustrante e crea rabbia - aggiunge Mazzone - MSF ha tonnellate di aiuti a poca distanza dalle cliniche e sapere che sono lì ma non possono entrare, impedendoci di aiutare le persone, è davvero molto triste”.
Il risultato finale è che le morti evitabili si moltiplicano, anche perché, dice Stefano Di Carlo “a Gaza non è stato rispettato il diritto internazionale, con l’esercito israeliano che ha avuto un approccio di attacco sistematico ai civili e alle strutture civili, comprese ambulanze e ospedali. Noi abbiamo perso 15 operatori, mentre il diritto internazionale prevederebbe che i civili e le missioni mediche siano protetti”. Una situazione che ha portato MSF a fare una scelta: “Noi parliamo di genocidio e non di conflitto, perché vediamo un’azione e un’intenzione sistematica di creare caos e distruzione”.
Ora si confida nella tregua. E bisogna già cominciare a pensare al dopo: “Gaza è stata rasa al suolo. Le persone porteranno i segni di questa guerra per generazioni. Dalle menomazioni di guerra ai traumi psicologici, con lo stress post-traumatico - conclude Di Carlo - questi non sono problemi che si risolveranno il giorno dopo la tregua, andranno avanti per anni. E in un Paese dove il sistema sanitario è stato distrutto sarà davvero difficile misurarsi con questo. Perciò bisogna aumentare in modo importante il sostegno”.