Il documento

A Rafah non c'è nulla, acqua di mare per far bere i bambini

Le telecamere Reuters nell'angolo più a sud della Striscia di Gaza, ultimo rifugio per un milione e mezzo di sfollati. Manca tutto, dal cibo all'acqua. Le voci dei profughi in fila raccontano la lotta per la vita, i loro occhi la disperazione

Circa un milione e mezzo degli abitanti della Striscia di Gaza ha dovuto sfollare verso sud, nella zona di Rafah, per sfuggire alla devastazione dei bombardamenti israeliani. Qui affronta una catastrofe umanitaria senza precedenti: tra i problemi quotidiani, la mancanza di cibo e di acqua potabile.

Uomini, donne e bambini aspettano in lunghe file sulla spiaggia, con in mano bottiglie vuote e taniche, sperando di poterle riempire con acqua.

Una donna, Rehma Al-Masry, dice agli operatori dell'agenzia Reuters di aver dovuto offrire acqua di mare al figlio, ma il bambino la rifiuta. 
"La situazione è estremamente dura, l'acqua non è disponibile, i bambini soffrono ogni giorno, le ragazze sono ferite, i bambini sono nelle tende. Mio figlio è piccolo e ha bisogno di acqua - gli porto acqua di mare e lui la rifiuta, continua a dire 'ew' e come potete vedere - lavarci, non possiamo farlo, non è disponibile un cambio di vestiti; quindi non c'è cambio di vestiti, non c'è acqua, non c'è cibo come ha il resto del mondo, la situazione è terribile. L'acqua è la base della vita, senza acqua non c'è vita. È acqua o morte".

Uno sfollato, Muhammad Al-Ras: “Come potete vedere qui ci fanno la guerra con la fame. Non c'è acqua, né cibo, né altro. Ogni giorno soffriamo finché non riusciamo ad avere un poco di acqua. Sono ferito e non riesco a fare scorta, ho mandato dentro mio figlio. Sono rimasto in piedi un'ora per raccogliere un litro d'acqua, puoi vedere tutte queste persone che aspettano il loro turno e non tutti ne avranno un po': la metà di loro tornerà senza acqua. Ogni giorno è così.”

La mancanza di acqua e di cibo causa la diffusione di malattie e rischio concreto di epidemie, avvisano le istituzioni sanitarie internazionali. 

Un altro sfollato, Muhammad Dabbash, dice a Reuters di aver perso la sorella di 28 anni a causa dell'epatite A, che è diffusa nei campi degli sfollati. Qui ora la chiamano "la malattia delle tende".