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Il calderone mediorientale

Israele e Iran si fanno la guerra. E Cina, Russia e Arabia Saudita entrano nel risiko mediorientale

Israele e Iran si fanno la guerra. E Cina, Russia e Arabia Saudita entrano nel risiko mediorientale AFP

Al centro del nuovo conflitto tra il governo Netanyahu e il regime di Teheran, gli interessi economici di Pechino sullo Stretto di Hormuz, il ruolo da mediatore a cui si è offerto Mosca (ma che nessuno vuole) e l'influenza di Riyad

In uno scenario di guerra mediorientale sempre più allargato, a dimensione regionale, e di fronte al parallelo “stare a guardare” (se non per dare direttive o orientare il conflitto in un senso più che un altro) degli Stati Uniti, ci sono altre potenze, mondiali o regionali, che possono avvantaggiarsi dal nuovo conflitto in cui è coinvolto Israele e che nelle ultime ore è soltanto passato a un livello di superficie, dopo mesi di “guerra carsica”?

Quale sarà il ruolo della Cina, o della Russia - da un lato -, e dell’Arabia Saudita, dall’altro, nel conflitto con Teheran? Le prime due sono, a livelli diversi, “alleate” del regime degli ayatollah: al di là delle dichiarazioni di circostanza, che le cancellerie in questi casi sono obbligate a diffondere, ci sono reali interessi cinesi o russi perché la dittatura ultrareligiosa dei Pasdaran abbia fine, dopo più di 40 anni di oppressione e antisionismo?

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La Cina, tra condanna della violazione della sovranità iraniana e gli appelli alla mediazione

Pechino, da parte sua, ha invitato i due contendenti a adottare “immediatamente” tutte le misure utili per raffreddare le tensioni e per avviare il processo di de-escalation, dopo un'altra notte di pesanti attacchi incrociati con missili. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Guo Jiakun, ha detto che Pechino chiede “a tutte le parti di prendere immediate azioni per calmare le tensioni, per prevenire che la regione finisca in turbolenze anche più grandi e per creare le condizioni di un rapido ritorno al giusto passo della soluzione dei problemi attraverso il dialogo e i negoziati”.

Va anche detto che, a poche ore dall’inizio dell’escalation, la Cina ha condannato “con fermezza la violazione da parte di Israele della sovranità, della sicurezza e dell'integrità territoriale dell'Iran”, opponendosi “ai brutali attacchi contro funzionari iraniani e vittime civili” e sostenendo “l'Iran nella salvaguardia della propria sovranità nazionale, nella difesa dei propri diritti e interessi legittimi e nella sicurezza della vita delle persone”. Il ministro degli Esteri Wang Yi, in una telefonata con la controparte iraniana Seyed Abbas Araghchi, ha detto che “l'attacco agli impianti nucleari” di Teheran ha creato “un precedente pericoloso e potrebbe avere conseguenze catastrofiche”.

Ma si sa che dietro la freddezza dei comunicati ci sono i “caldi” interessi economici del Dragone: grazie alle esportazioni di petrolio iraniano, infatti, la Cina alimenta le sue industrie e i suoi business mondiali; la fine di Khamenei e dei Pasdaran, riflettono nella Città proibita, avrebbe quindi serie ripercussioni su ciò che, anche l’Iran, ha garantito finora alla Cina.

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Lo Stretto di Hormuz, crocevia globale sotto la lente cinese

Le petroliere che riforniscono la Cina passano per uno stretto braccio di mare, la cui centralità strategica è inversamente proporzionale alla propria ampiezza geografica. Da qui passa infatti quasi il 30% del petrolio mondiale: è lo Stretto di Hormuz, crocevia mondiale del petrolio via nave, punto chiave della regione; è da qui che si passa dal Golfo dell'Oman al Golfo Persico, su cui si affacciano vari Stati, in primis l'Iran, seguito da Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Oman. Il Golfo che prende il nome dal Sultanato con capitale Muscat, separato dal Golfo Persico dallo Stretto di Hormuz, si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri. In pratica è un po' più largo e un po' meno lungo dell'Adriatico.

Da un punto di vista geopolitico, il Golfo Persico è l'unica area che separa l'Iran dalle monarchie del Golfo e, di conseguenza, dalle basi statunitensi presenti sul loro territorio. Ma, soprattutto, è tra le più grandi riserve di petrolio e gas al mondo e, pertanto, uno dei principali snodi per il commercio globale di idrocarburi. Da Hormuz non passa solo il greggio: attraverso quel tratto di mare transitano i cargo carichi di Gnl che dal Qatar vanno in Europa, nel Middle East asiatico e in Cina. E proprio Pechino, seconda economia al mondo dopo gli Stati Uniti, è un grande acquirente di petrolio iraniano (circa 1,5 milioni di barili al giorno). Se tali forniture dovessero interrompersi, la Cina sarebbe costretta a rifornirsi altrove, a prezzi più alti e con conseguenze a catena per l'inflazione globale.

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Mosca si offre come mediatore ma nessuno ci crede

Ancora più esposta nel conflitto Israele-Iran è Mosca, considerando il ruolo di mediazione che il Cremlino si è subito offerto di ricoprire; ruolo che però è stato subito respinto, con toni e gradazioni diverse, da più parti, Europa compresa (l’Ue ha dichiarato che “la Russia non ha alcuna credibilità per mediare”) e, nello specifico e primo fra tutti, il presidente francese Macron. Al contempo, Teheran guarda a Mosca in queste ore concitate anche per un altro motivo: il Teheran Times, sito vicino all'opposizione iraniana, riferisce di aver ottenuto informazioni secondo cui Ali Asghar Hejazi, vicecapo di gabinetto di Ali Khamenei, insieme ad altri alti funzionari, sono in trattative con le autorità russe per evacuare i vertici della Repubblica Islamica insieme alle loro famiglie. Secondo la testata, un alto funzionario russo ha contattato Hejazi e gli ha assicurato che, se la situazione fosse peggiorata, lui e la sua famiglia sarebbero stati evacuati dall'Iran attraverso un corridoio sicuro. Secondo il rapporto, anche altri esponenti di alto rango della Repubblica islamica hanno ricevuto chiamate simili e alcuni di loro stanno definendo le proprie vie di fuga. In precedenza, il primo ministro israeliano Netanyahu aveva affermato che nel Paese vi erano segnali del fatto che “i leader più anziani del regime stavano facendo le valigie”.

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La Russia è rimasta spiazzata da Israele

Sta di fatto che la Russia è rimasta spiazzata dalla vastità dell'attacco all'Iran e adesso appare “confusa”. Continua a limitarsi a condannare le azioni di Israele, e a chiedere a Teheran di tornare ai negoziati con gli Stati Uniti, ma la realtà è che più va avanti la guerra, più vedrà assottigliarsi la possibilità di giocare un ruolo in una possibile mediazione. Lo ha chiarito Nikita Smagin, esperto indipendente russo di Iran e Medio Oriente, che ha vissuto e lavorato a Teheran per diversi anni. Smagin sostiene che la posizione passiva, tenuta finora in questa crisi, conferma che Mosca “non era e non è pronta a impegnarsi militarmente per l'Iran, che non rischierà un peggioramento delle relazioni o addirittura uno scontro con gli Stati Uniti e Israele per Teheran”. Su questo punto anche il recente Accordo di partenariato strategico globale Iran-Russia non ha cambiato nulla, visto che non prevede una cooperazione militare.

“Negli ultimi anni, la Repubblica islamica ha ripetutamente chiesto a Mosca, senza successo, di fornirle sistemi di difesa aerea, caccia ed elicotteri da combattimento”, ricorda l'analista russo. Le ragioni del rifiuto russo sono diverse: dalle priorità delle sue esigenze sul fronte ucraino, alle proteste della Turchia e dei Paesi del Golfo Persico, che non volevano un rafforzamento dell'Iran per trarne benefici a proprio vantaggio.

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L'Arabia Saudita

Ecco, appunto. I Paesi del Golfo Persico. Leggasi, Arabia Saudita. Il grande alleato degli Stati Uniti – e, nella prospettiva degli Accordi di Abramo, di Israele – cosa si aspetterà, e spererà, dall’evolversi della situazione a Teheran? Alcuni Paesi della regione ospitano basi aeree statunitensi, quindi immaginare un attacco da parte di Teheran ad alcuni obiettivi nel Golfo potrebbe richiedere l'intervento degli aerei da guerra americani e allargare inevitabilmente il conflitto.

Ci sono molti obiettivi energetici e infrastrutturali nella regione. L'Iran, ha ricordato la Bbc, è pur sempre stato accusato d’aver colpito giacimenti petroliferi in Arabia Saudita nel 2019 mentre gli alleati yemeniti Houthi hanno colpito obiettivi negli Emirati Arabi Uniti nel 2022.

Alcuni dei Paesi del Golfo hanno anche contribuito con discrezione a difendere Israele dall'attacco missilistico iraniano dello scorso anno. Ma - richiamando le questioni relative al commercio mondiale, e di esportazione di petrolio, citate più sopra - in ballo ci sono interessi di così grande valore economico che compromettere gli approvvigionamenti che originano dall’area arabica, e che alimentano le economie di tutto il mondo, prefigura uno scenario di shock talmente vasto che al solo immaginarlo tremano le vene dei polsi.