Con l’accelerarsi dell’escalation militare tra Israele e Iran, ci si chiede in che modo si potrà sviluppare la guerra guerreggiata tra il governo Netanyahu e il regime degli ayatollah, acerrimi nemici da più di 40 anni. Il premier israeliano, ormai lo evidenziano analisti e commentatori di qualsiasi orientamento, non punta solo alla distruzione del programma nucleare di Teheran (che è stato piuttosto il casus belli del primo attacco, all’alba di venerdì 13 giugno), ma vorrebbe approfittare della destabilizzazione innescata nel Paese governato con pugno di ferro dalle autorità religiose sciite per provocare il cosiddetto “effetto domino” e causare, a cascata, il “regime change”, vale a dire il cambio di regime politico e la fine della dittatura illiberale nata nel 1979 con la Rivoluzione Khomeinista.
L'Iran ha dimostrato di saper reagire
Pur godendo di un apparato militare poderoso, Israele dovrebbe impegnarsi in una guerra lunga e molto impegnativa, che di certo senza l’apporto degli Stati Uniti non potrebbe essere vinta. A giudicare dalla reazione di Teheran, che da venerdì sera ha dimostrato di essere in grado di colpire Tel Aviv e bucare Iron Dome (lo scudo antiaereo in forza all’aviazione israeliana, celebre per la sua impenetrabilità), si è visto subito che, rispetto allo scambio di “scaramucce” dell’aprile 2024, l’Iran stavolta “faceva sul serio”. Complice, soprattutto, il sostegno della Russia (che, per lo stesso motivo – a detta del presidente francese Macron – “non può fare da mediatore”).
Strategicamente era il momento migliore per attaccare l'Iran
Un'azione solo aerea non basta a rovesciare un regime
Parallelamente, vanno considerati altri fattori: è possibile far crollare un regime senza un’invasione di terra e col solo supporto dell’aviazione? Guardando agli esempi recenti (le azioni della Nato su Gheddafi in Libia nel 2011, approfittando del movimento di popolo che si levava contro il regime) ed essendo da escludere, per oggettive ragioni pratiche, una guerra d’invasione portata avanti da una coalizione anti-Iran (come fu per l’Afghanistan nel 2001 e per l’Iraq nel 2003, quando ai primi bombardamenti fece seguito la presenza dell’esercito sul terreno), si può convenire sul fatto che, senza un’azione parallela da parte della popolazione civile iraniana, che si ribelli contro Khamenei e i Pasdaran, è assai arduo che i soli raid dell’aviazione israeliana riescano a ribaltare il tavolo di Teheran.
Iran sotto le bombe, ingorghi e code interminabili: la popolazione in fuga da Teheran
Come la popolazione iraniana vive l'attacco di Israele
Seguendo questo ragionamento, si arriva quindi ad uno scenario che tiene conto dell’assetto interno dell'Iran, di quanto la popolazione sia succube del regime e della forza di cui un sommovimento di popolo potrebbe godere. Almeno da due anni e mezzo, il movimento “Vita donna libertà” rende inquieti i sonni degli ayatollah, per la voglia di libertà, appunto, degli iraniani di non rischiare la vita ogni giorno e di vedersi riconosciuti nella loro identità di cittadini con pieni diritti. Finora, al prezzo di scontri sanguinosi, di vittime e incarcerazioni, il regime ha retto, dimostrando di poter controllare ancora le vite di milioni di (soprattutto giovani) iraniani.
La mappa dell'attacco aereo israeliano alla Forza Quds in Iran
Ma - è una delle domande su cui ci si interroga in queste ore - quanto ciò che nei fatti è un’aggressione militare può spingere la popolazione a emanciparsi dalle rigide maglie della dittatura integralista? E non, invece, essere vissuta come un mero atto d'invasione, che rischia di alimentare il sentimento antisionista fomentato per anni dai Pasdaran? L'attacco israeliano ha infatti suscitato reazioni contrastanti di varia provenienza da parte di rappresentanti del popolo iraniano. Già la sera di venerdì, tra l’altro, persino il premier israeliano Netanyahu si era rivolto alla popolazione civile di Teheran e delle altre città del Paese per unirsi “contro il regime malvagio”. Di contro, è di oggi la preghiera rivolta dal presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian a “opporsi fermamente all'aggressione che ha avuto luogo”. Chiedendo unità per affrontare Israele, infatti, il capo di Stato di Teheran ha chiarito che “tutto il popolo iraniano deve unirsi”, “oggi qualsiasi disaccordo, controversia o problema deve essere messo da parte - ha aggiunto Pezeshkian - con unità e coesione, dobbiamo affrontare con forza questa aggressione criminale e genocida”.
Teheran è cauta ma Pezeshkian avverte: "Risponderemo a qualsiasi atto di follia"
Gli appelli “interni” e la disponibilità del figlio dell'ultimo Scià
Intanto, si allunga la lista dei firmatari dell’appello con cui intellettuali, scrittori e registi iraniani chiedono la fine del regime – e di conseguenza la fine del programma di arricchimento dell’uranio per produrre armi nucleari – e, al contempo, la fine delle ostilità: “Sottolineando con fermezza la salvaguardia dell’integrità territoriale dell’Iran e il reale diritto del popolo alla sovranità, chiediamo la cessazione dell’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica e la fine immediata della guerra devastante tra la Repubblica Islamica e il regime al potere in Israele: una guerra che non solo distrugge infrastrutture e vite civili in entrambi i territori, ma rappresenta anche una chiara minaccia alle basi della civiltà umana”.
Dal nobel a carcere, le storie parallele Shirin Ebadi e Nargis Mohammadi
“L’Iran e il suo popolo – prosegue la mozione, firmata tra gli altri dal cineasta Jafar Panahi e dalla premio Nobel Shirin Ebadi - non devono essere sacrificati per l’arricchimento dell’uranio e per le ambizioni della Repubblica Islamica”. “A nostro avviso, le autorità della Repubblica Islamica non hanno né la capacità né la volontà di risolvere i conflitti interni ed esterni dell’Iran; la migliore via per salvare il popolo iraniano e questa terra è che le autorità della Repubblica Islamica si dimettano e favoriscano una transizione dalla Repubblica Islamica alla democrazia”.
Nel clima di destabilizzazione venutosi a creare, non sono mancate manifestazioni di disponibilità a fornire un contributo alla fuoriuscita del Paese dal caos: a partire da Reza Pahlavi, principe ereditario di Teheran e figlio dell’ultimo scià Mohammad, al potere fino al colpo di stato fondamentalista del 1979. “Sono a disposizione del mio popolo” ha detto Reza dal suo esilio parigino. Quanto lo stesso popolo dell’Iran vorrà affidarsi a lui, o alla scelta democratica di istituzioni rappresentative di altro tipo, è ancora da vedere.