Contenuto in:

L'analisi

Non solo guerra militare ma anche tecnologica: Biden limita la vendita di microchip a Pechino

Intervista a Giuseppe Sabella

Qualcomm
Wikipedia
Qualcomm

Com’è noto, il presidente americano Joe Biden ha annunciato nuove restrizioni sulla vendita di semiconduttori e microchip a Pechino. Il 10 ottobre, il Bureau of Industry and Security americano (BIS) ha introdotto forti regolamentazioni sulle esportazioni e un’ampia serie di controlli in particolare su quella gamma di prodotti utilizzata nei sistemi di supercalcolo al servizio, anche, di armi nucleari e avanzate tecnologie militari. 

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova e curatore del libro “Quale Transizione dopo la crisi ucraina?” (Edizioni Lavoro 2022).

Sabella, perché il governo americano ha voluto questa restrizione sulla Cina peraltro in netta contrapposizione con mercati e borse?

La globalizzazione va sdoppiandosi, le catene del valore si stanno disaccoppiando. È quel processo che chiamiamo decoupling. L’economia globale, come l’abbiamo conosciuta, non esiste più. Questa “interdipendenza” – così la definiva l’Ocse – tra Occidente e mondo asiatico è un esperimento che è terminato già da qualche anno. Per la verità non tutti se ne sono accorti. Già con la pandemia, economisti e studiosi di fama mondiale avevano iniziato a parlarne, pur nelle loro idee e sensibilità diverse: Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Jeremy Rifkin, Jean-Paul Fitoussi, Thomas Piketty, Slavoj Žižek, Romano Prodi, Giulio Tremonti. Il covid chiude una stagione. E se c’erano dubbi la guerra in Ucraina non ne lascia più. Persino Larry Fink, fondatore di Black Rock, se né convinto: l’11 aprile di quest’anno ha scritto ai suoi azionisti dicendo loro che “la guerra in Ucraina segna un punto di svolta dell’ordine mondiale, delle tendenze macroeconomiche e dei mercati dei capitali”. Se ci è arrivata anche la finanza, significa che la riconfigurazione della globalizzazione non è più solo nella testa degli studiosi. È un processo in atto. Ed è ciò che porta il governo americano a fare provvedimenti come questo. Credo che ne seguiranno altri, e non soltanto degli USA. Anche dell’UE.

Perché USA e UE, come lei dice, hanno bisogno di limitare gli approvvigionamenti e gli scambi con la Cina? Siamo davvero alle soglie di un conflitto nucleare tra Est e Ovest?

Voglio sperare di no. Certamente la corsa agli armamenti è partita, per il momento per finalità di deterrenza. La Cina sul piano militare peraltro è piuttosto debole. Ma non credo nessuno al mondo si permetta di sottovalutare la forza e la capacità dei cinesi. Detto questo, credo vi siano altri fattori che spingono l’amministrazione USA ad agire in questo modo. In particolare, il processo di off-shoring – che inizia alla metà degli anni ’80 e si intensifica dopo la caduta del muro di Berlino – sembrava destinato ad accrescere ricchezza nel nostro mondo: l’idea che lo animava, infatti, era quella di spostare le produzioni nel mondo asiatico in particolare, nella grande “Fabbrica del mondo” (la Cina), per poi reimportare e rivendere a prezzi in grado di potenziare il potere d’acquisto, in forte stagnazione dopo la crisi del decennio 75-85. Il risultato che ci consegna questo ciclo è sì, da una parte, il raddoppio del pil mondiale, quindi non si può negare che la crescita ci sia stata; ma, dall’altra, la Cina oggi è il più grande player economico e tecnologico del mondo, in tutto l’Occidente il ceto medio si è disgregato, l’industria è rimasta indietro, il lavoro ha perso diritti, il debito sovrano continua a crescere… insomma, Lehman Brothers ci lascia ancora qualche scoria. Anche se, va detto, a Est non va tutto bene. È dentro questo quadro che, già nell’ultima fase della presidenza Obama, si vede la fine dell’interdipendenza multilaterale.

Perché la fine di questa interdipendenza si scarica su materie prime e microchip?

Anzitutto, consideriamo che la crisi di microchip, gas e materie prime è qualcosa che inizia nel primo anno di pandemia, dopo il lockdown mondiale e la conseguente forte ripartenza delle produzioni. Tra i diversi Paesi del mondo, vi è disallineamento dei lockdown e, in particolare, dei paesi fornitori – si pensi al Vietnam in lockdown fino a novembre 2021. La Cina, approfittando del calo dei prezzi, in quel periodo acquista materie prime ovunque; questo non soltanto per accumulare scorte, ma anche nella piena consapevolezza che l’Europa è concentrata sulla transizione ecologica e sul consolidamento del proprio mercato, cosa che non può non avere ricadute sulla penetrazione nel MEC del prodotto made in China. Le materie prime, quindi, scarseggiano e la Cina costringe l’Europa a prezzi notevolmente aumentati, come fa la Russia con il gas. Da qui l’inflazione che nel giro di un anno arriva quasi all’8%: Pechino e Mosca iniziano a farci pagare le nostre scelte di indipendenza. E materie prime e microchip sono un buon mezzo per rallentare le produzioni.

Come è possibile per l’Europa continuare sulla strada della transizione ecologica ed energetica con questa crisi legata alle materie prime?

Teniamo ben presente, intanto, che per l’Europa la transizione è proprio la via dell’indipendenza industriale ed energetica. Non a caso, quando Ursula von der Leyen presenta il Green Deal al Parlamento europeo (11 dicembre 2019) dice: “Il Green Deal per l’Europa è come l’uomo sulla luna”. Stiamo drammaticamente vedendo quanto la dipendenza di gas che abbiamo dalla Russia stia condizionando le nostre economie e le nostre vite. Avremo a che fare ancora con la spirale inflattiva legata al gas almeno fino all’anno prossimo. In Italia, nel frattempo, abbiamo fatto un ottimo lavoro, segno dell’eccellenza della nostra infrastruttura energetica: abbiamo significativamente ridotto la dipendenza dal gas russo, abbiamo accresciuto le importazioni in particolare da Algeria, Libia e Azerbaigian. Abbiamo avviato un processo di importazione dagli USA di gas liquido naturale, la nostra Snam ha comprato due rigassificatori su cui in Italia si discute in maniera stravagante senza considerare che in tutto il mondo, con quelle potenti caratteristiche, vi sono 12 rigassificatori. Resto però convinto, come già ho avuto modo di dire in questa sede, che il motore della transizione dell’Europa è la soluzione della crisi ucraina. Colpendo l’Ucraina, Putin colpisce l’Europa. Siamo noi il suo reale obiettivo: è da dieci anni che la Russia le prova tutte per rallentare la nostra economia.

 

Quale transizione dopo la crisi ucraina
Quale transizione dopo la crisi ucraina (EdizioniLavoro)