Gli azzurri ce la mettono tutta, ma alla fine perdono contro la Bosnia, ormai assenti seriali ai Campionati del Mondo. Per la terza volta consecutiva, la nazionale di calcio italiana saluta il torneo iridato prima di iniziare, un digiuno che dura dal 2014 e che evoca i fantasmi di delusioni passate.
La ferita più fresca? Era certamente l'eliminazione nei playoff per Qatar 2022, ma le radici di questa crisi affondano lontano, a partire da quella storica sconfitta contro la Corea del Nord nel 1966. Oggi siamo punto a capo, l'anno zero della nazionale e della Federazione.
Ma arrotoliamo il nastro dei ricordi, era il Mondiale inglese del 1966, e l'Italia di Edmondo Fabbri arrivò in Inghilterra tra le favorite, reduce da due scudetti consecutivi in Serie A e con un attacco stellare guidato da Gigi Riva e Sandro Mazzola.
Nei quarti di finale, al Goodison Park di Liverpool, gli Azzurri crollarono 1-0 contro la Corea del Nord, una nazionale semisconosciuta e outsider assoluto. Il gol di Pak Doo-ik gelò 30 milioni di italiani davanti alla TV: una sconfitta umiliante che costò la panchina a Fabbri e inaugurò un periodo di crisi. L'Italia tornò ai Mondiali nel '70, ma quel ko rimase come simbolo di presunzione e fragilità.
Campioni del mondo e grandi assenti
Sfogliando l'album dei ricordi, però, gli Azzurri hanno collezionato quattro titoli mondiali 1934, 1938, prima della débâcle inglese e poi nel 1982 e nel 2006 , ma le assenze si sono accumulate: Svezia 1958, Corea-Giappone 2002 e ora questa tripletta micidiale. Tutto inizia con la beffa nel 2017: Ventura in panchina, l'Italia qualificata solo sulla carta, poi eliminata, 1-0 all'andata in Svezia e pareggiata 0-0 al ritorno. Un fallimento che travolse la FIGC, con Carlo Tavecchio dimissionario e la nazionale sull'orlo del baratro. Una situazione simile ai piani alti della Federazione con Gravina però che al momento non ha nessuna intenzione di mollare, niente dimissioni, chissà se Giorgia Meloni anche in questo caso alzerà la cornetta per invitarlo a mollare.
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Dalle stelle alle…
Una parentesi importante, Euro 2020, (giocato nel 2021) fu la redenzione degli azzurri, Roberto Mancini in panchina: trionfo continentale con un calcio spumeggiante. Il “giorno dopo” Qatar 2022, di male in peggio: una volta ancora l'Italia non si qualifica, arrivando seconda nel girone per poi essere eliminata dalla Macedonia del Nord nei playoff.
E ora, per Stati Uniti-Canada-Messico 2026, la storia si ripete: playoff persi in finale contro la piccola Bosnia.
L'ultima partecipazione risale al Brasile 2014, (allora c’erano ancora 32 squadre, non 48 come sarà quest’anno) l’Italia finì in un girone difficile, per molti il peggiore, con Inghilterra, Uruguay e Costa Rica. Solo le prime due passavano agli ottavi di finale e l’idea prevalente era che sarebbero passate due su tre tra Inghilterra, Italia o Uruguay. Il Costa Rica era dato per molti come probabile, quasi spacciato, quarto.
L’Italia, come ricorderanno i meno giovani che già c’erano quando la Nazionale aveva l’abitudine di andare ai Mondiali, spesso le è capitato di fare calcoli per capire se e come passare il turno, talvolta anche in base ai risultati dell’altra partita. In quel caso, comunque, calcoli facili: nell’ultima partita del girone contro l’Uruguay le sarebbe bastato anche solo pareggiare, e invece perse. Per 1-0. Con un gol su calcio d’angolo a pochi minuti dalla fine. “Italia fuori, fra morsi e rimorsi”, scrisse la Gazzetta dello Sport sottolineando il famoso morso di Suarez a Chiellini.
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Quale futuro
Ma questa è solo cronaca, la strada è questa, una strada accidentata piena di buche e di curve, una nazionale fuori strada, sembra una maledizione. In vero, le cause sono strutturali: un movimento calcistico appesantito da scandali (Calciopoli e oltre), una Serie A meno competitiva, con talenti esportati troppo presto all'estero, e giocatori stranieri a volta molto scarsi, e una FIGC spesso litigiosa.
I numeri parlano chiaro: dal 2014, l'Italia assente nella massima competizione mondiale. Eppure, con giovani come Calafiori, Palestra e Raspadori, e veterani come Barella, Cristante, il potenziale c'è, la qualità meno. Ma senza riforme – dalla base giovanile alla governance – i Mondiali rimarranno un miraggio.
L'Italia del pallone piange, ma stavolta il dramma va oltre il campo: è una questione di governance e identità nazionale. La FIGC, eterna arena di faide tra Gravina e le lobby dei club, ha fallito nel tenere il passo con un calcio globalizzato, dove Usa e Arabia Saudita comprano talenti e influenza.
Senza una rivoluzione – dai vivai alle regole sui prestiti esteri, passando per un commissario tecnico svincolato dalle logiche di palazzo – i Mondiali 2030 rischiano di sancire non solo un digiuno sportivo, ma un declino geopolitico del nostro calcio.
Se dopo Svezia, Macedonia e ora Bosnia siamo ancora qui a parlare di “progetto” invece che di azzerare tutto, allora il problema non è il calcio italiano: siamo noi che ci accontentiamo del disastro permanente. Non si tratta di sfortuna: c'è una totale assenza di programmazione, con la federazione che naviga a vista, senza un piano pluriennale per talenti e infrastrutture. Scelte improvvisate, un immobilismo che costa prestigio internazionale.
Fino a quando non si cambierà rotta, con dirigenti capaci e una visione concreta, l'Italia rimarrà a guardare gli altri dal divano. È ora di smetterla con le scuse: serve una rivoluzione, o il declino sarà definitivo. L'Italia è morta, lunga vita all'Italia.