Il caso

Usa, è scontro nel partito repubblicano sul burrito a 20 dollari

Il prezzo del piatto schizza e scatena la 'guerra civile' nel Gop. L'inflazione minaccia le midterm di novembre

Burrito - immagine generica
Ansa
Burrito - immagine generica

Un piatto simbolo della cucina messicana e pilastro dell'alimentazione veloce per milioni di americani si è trasformato nell'inaspettato terreno di scontro all'interno del Partito Repubblicano. Il prezzo del burrito — la celebre tortilla farcita con riso, fagioli e carne — è schizzato fino a 20 dollari in diverse catene degli Stati Uniti, scatenando un acceso dibattito sul carovita e una vera e propria "guerra civile" interna al Partito Repubblicano degli Stati Uniti, spesso definito con l'acronimo Gop, "Grand Old Party" (letteralmente "Grande Vecchio Partito"), con lo spettro di pesanti ripercussioni elettorali in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

La scintilla sui social e lo scontro generazionale

A far esplodere il caso è stato Andrew Kolvet, portavoce dell'organizzazione giovanile conservatrice Turning Point USA, che ha rilanciato sui social il malcontento di uno studente universitario: «Un burrito non dovrebbe costare 20 dollari. Le cose di base costano troppo». Il post ha immediatamente infiammato la rete, spaccando il fronte conservatore tra l'ala tradizionalista e quella populista.

Da un lato, figure di spicco come il deputato texano Dan Crenshaw e l'editorialista Marc Thiessen hanno accusato i giovani di vittimismo e pigrizia. «Smettetela di lamentarvi, trovatevi un lavoro e mangiate ramen come facevamo tutti noi al college», ha attaccato Crenshaw su X. Thiessen gli ha fatto eco ricordando i propri sacrifici giovanili e attribuendo il prezzo lievitato anche ai costi delle consegne a domicilio.

Non si è fatta attendere la replica del vicepresidente JD Vance, che ha ironizzato sulla forma fisica di Thiessen con una battuta sferzante: «È abbastanza evidente che quell'uomo non ha mai saltato un burrito».

L'allarme politico in vista delle midterm, le elezioni di medio termine di novembre prossimo.

Al di là dei toni colore, la spaccatura rivela un profondo nervosismo politico. Diversi esponenti repubblicani hanno avvertito che minimizzare le difficoltà economiche delle famiglie potrebbe rivelarsi un boomerang mortale alle urne. «Se la soluzione della destra alla crisi dell'accessibilità economica è dire alla gente di mangiare cibo di qualità inferiore, perderemo a novembre e ce lo saremo meritato», ha avvertito Angela Morabito del Defense of Freedom Institute.

Benché Donald Trump continui a rivendicare una discesa dell'inflazione (scesa al 3,5% a giugno dopo il picco del 4,2% a maggio), la percezione dei consumatori resta fortemente negativa. A pesare sui bilanci quotidiani contribuiscono anche il rincaro della benzina e la crisi energetica legata al conflitto in Iran. Secondo un recente sondaggio della Marquette University, il costo della vita rappresenta la principale preoccupazione per il 35% degli americani, staccando di gran lunga la politica estera. A tre mesi dal voto, il prezzo del cibo da asporto rischia così di diventare il conto più amaro da pagare per la Casa Bianca e i repubblicani.