Non ci sono state fuoriuscite dalla petroliera danneggiata nel porto di Vado Ligure: la cisterna non è stata toccata, ma solo la parte esterna. Tutto grazie al doppio scafo, una misura di sicurezza oggi obbligatoria che, insieme a controlli più rigorosi, ha ridotto drasticamente gli sversamenti in mare di idrocarburi rispetto ai decenni precedenti. Nel 2024 sono state registrate perdite in mare per 10mila tonnellate a livello globale, un numero più alto rispetto al 2023, ma rimane una frazione della quantità totale di petrolio trasportata via mare ogni anno, nota nel suo rapporto annuale la ITOPF, organizzazione internazionale fondata dagli stessi proprietari delle petroliere per monitorare l'inquinamento marittimo.
Gli incidenti sono oggi legati principalmente guerre e tensioni geopolitiche, direttamente o indirettamente. Uno degli ultimi casi, lo scorso dicembre al largo della Crimea con due petroliere russe travolte da una violenta tempesta, e uno sversamento di circa quattro mila tonnellate, in quel caso la causa è stata il cattivo tempo, “ma una petroliera si è spezzata in due, probabilmente non aveva standard di sicurezza adeguati: è chiaro che qui il sistema geopolitico e le situazioni sociali si connettono molto ad aspetti ambientali e spesso li causano”, spiega Giovanni Coppini, direttore della divisione Ocean Predictions and Applications del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), centro internazionale di ricerca con sede principale a Lecce. Fondamentali monitoraggio e cooperazione internazionale, la realizzazione di mappe di rischio, e nuovi modelli di previsione, su cui sta lavorando il Cmcc: un modello che sarà in grado di simulare la dispersione di idrocarburi anche al fondo al mare.
Servizio di Ludovico Fontana, montaggio di Paolo Monchieri
Intervista a Giovanni Coppini, Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici