Ea stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario aggravato

Aveva lasciato morire la figlia di stenti, il gip: "Nessun disagio psichico, lei sempre consapevole"

Alessia Pifferi “non ha mai avuto, nella sua vita, nessuna storia di disagio psichico né tanto meno di psico-patologia”: così il gip di Milano Fabrizio Filice ha bocciato l'istanza della difesa della donna su una consulenza neuroscientifica

Aveva lasciato morire la figlia di stenti, il gip: "Nessun disagio psichico, lei sempre consapevole"
(Rainews)
Alessia Pifferi

Aveva abbandonato per sei giorni la sua bambina di 18 mesi da sola a casa a Milano, lasciandola morire di stenti: era il 21 luglio scorso quando, con l’accusa di omicidio volontario aggravato, veniva arrestata Alessia Pifferi, 37 anni. 

La donna “non ha mai avuto, nella sua vita, nessuna storia di disagio psichico né tanto meno di psico-patologia” e “anche dopo l’ingresso in carcere, come attestano le relazioni del Servizio di psichiatria interna (del carcere di San Vittore, ndr), si è sempre dimostrata consapevole, orientata e adeguata, nonché in grado di iniziare un percorso, nei colloqui psicologici periodici di monitoraggio, di narrazione ed elaborazione del proprio vissuto affettivo ed emotivo, come attesta in particolare la relazione del 2 agosto 2022”.

 Con questa motivazione è stata respinta dal gip di Milano Fabrizio Filice anche la seconda istanza, presentata dalla difesa di Alessia Pifferi, con la quale i legali chiedevano di poter fare entrare in carcere uno dei docenti da loro scelti per redigere una consulenza neuroscientifica

Non si trattava della prima richiesta: una precedente e simile era stata già rigettata dal giudice ad agosto

Anche alla seconda istanza, discussa in udienza il 28 settembre, si erano opposti i pm Francesco De Tommasi e Rosaria Stagnaro, titolari dell’inchiesta condotta dalla Squadra mobile.

Il giudice spiega che si tratta di una “prospettiva” che “allo stato non si aggancerebbe ad alcun elemento fattuale”, anche perché Pifferi non ha alcuna “storia di disagio psichico” nel suo passato. 

I difensori puntavano su un particolare accertamento “neuroscientifico-cognitivo” per “cercare di sondare il funzionamento strettamente cognitivo dell’indagata”. E con la “espressa finalità”, scrive il gip, da parte della difesa di “incidere sul processo interpretativo del giudice”, che dovrà valutare nel procedimento l’eventuale dolo dell’azione commessa.   

Il giudice chiarisce che ci sono “suggestive adesioni in campo accademico” sul fronte dell’utilizzo delle neuroscienze, ma non si può permettere che una consulenza di questo tipo entri nel processo senza contradditorio. 

Il gip, comunque, afferma che in teoria non si può escludere “una possibile utilità della prova neuroscientifica come supporto al processo decisionale del giudice”, ma dovrà essere semmai proprio il giudice a disporre una perizia sul punto, se la riterrà necessaria.

I legali della donna commentano così la decisione del giudice: “La difesa di Alessia Pifferi non può arrendersi di fronte all’ennesimo diniego alla richiesta finalizzata a capire cosa sia successo nel cervello della propria assistita. È troppo facile chiudere la partita bollando Alessia come un mostro bruciandola sul rogo mediatico”. 

“La giustizia nega il diritto di difendersi provando – hanno aggiunto gli avvocati -. Come se le neuroscienze fossero qualcosa che può entrare nel processo solo per valutare l’infermità mentale, quando invece studiano i percorsi cognitivi e l’intenzionalità di tutte le attività umane”.