E' passato solo un anno dal ritiro delle truppe internazionali e dal ritorno al potere dei talebani in Afghanistan ma non si sente quasi più parlare della tragedia di quel popolo stremato da un conflitto che dura da quarant'anni anni e che ha costretto alla fuga, solo nell’ultimo anno, almeno settecentomila persone.
Difficili da dimenticare le immagini di quel momento, soprattutto quella del C17 americano che il 16 agosto di un anno fa decollò stracolmo di profughi lasciandosi alle spalle una miriade di puntini neri, un numero mai precisato di persone che si erano aggrappate alla fusoliera dell'aereo in un ultimo disperato tentativo di fuga e che invece precipitarono a terra senza alcuna pietà, immagine che più di ogni altra documenta la precipitosa fuga da Kabul degli americani e il fallimento delle politiche occidentali in Afghanistan.
La fine delle missioni Nato spalancava le porte al nuovo dominio dei talebani che si affrettavano a promettere quel che non avrebbero mantenuto davanti a popolazioni terrorizzate ed oggi rassegnate a un destino di miseria totale.
Per domani 15 agosto i talebani proclamano un giorno di festa
Intanto per domani 15 agosto, i talebani al potere hanno dichiarato un giorno di festa in Afghanistan per celebrare il primo anniversario della presa di Kabul dopo il ritiro degli americani. "Il 15 agosto è il primo anniversario della vittoria della Jihad afgana, guidata dall'Emirato islamico dell'Afghanistan, contro l'occupazione americana e dei suoi alleati", ha affermato il ministero del Lavoro e degli Affari sociali di Kabul in una nota.
Dubbi e paure per la sicurezza globale dopo il ritorno al potere dei talebani
Nuovi dubbi e paure sono sorte per la sicurezza globale dopo il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan; sebbene in questo primo anno al governo i talebani abbiano fornito ampie rassicurazioni sulla lotta al terrorismo interno contro l'emergente Isis-Khorasan (Isis-K) e siano stati fin troppo impegnati a gestire la disastrosa situazione del Paese, ha suscitato clamore e imbarazzo (nel governo talebano) la recente morte di Ayman al Zawahiri, ideologo di al-Qaeda ucciso da un drone americano nel centro di Kabul. Il braccio destro e medico personale di Osama Bin Laden, figura chiave negli attentati dell'11 settembre, viveva nel centro di Kabul e i talebani non potevano non sapere.
Molti dubbi sono sorti riguardo la presenza dell'ideologo di Bin Laden sul suolo afgano e se questa vada intesa come una concessione dei talebani a un vecchio amico con la salute precaria o se vi fosse dietro la precisa volontà di sostenere i piani di al-Qaeda, o quel che ne rimane. La morte di Al Zawahiri ci dice sicuramente che gli Usa hanno dimostrato di poter colpire anche dove non sono presenti con le truppe, ma cosa ci dice della lotta al terrorismo promessa dai talebani?
In questi primi 365 giorni al potere l'impegno dei talebani a contrastare il terrorismo di stampo islamista c'è effettivamente stato ed è stato diretto a colpire soprattutto Isis-K, l'organizzazione estremista che mira a spodestare i talebani e prendere il potere in Afghanistan per instaurare un califfato di ispirazione salafita sul modello di quanto accaduto a Raqqa.
L'impegno c'è stato, sebbene sorga il dubbio che la determinazione dei talebani sia stata ispirata più dalla lotta per conservare il potere ed evitare defezioni dai propri ranghi che da una opposizione ideologica all'estremismo di Isis-K.
Molti analisti concordano sul fatto che una nuova ondata di combattenti, jihadisti provenienti da tutto il mondo arabo, abbia raggiunto l'Afghanistan proprio dopo l'uscita di scena degli americani (coincisa con la fine del jihadismo verso la Siria). Un flusso in entrata a cui i talebani non si sono opposti, sia per i legami sviluppati negli ultimi 20 anni con organizzazioni che hanno combattuto la presenza degli americani, ma soprattutto per garantirsi finanziamenti sia dal Pakistan che dai Paesi del Golfo.
Finanziamenti destinati a divenire ancora più importanti se i Talebani cederanno alle pressioni della comunità internazionale e vieteranno la coltivazione dell'oppio, che rimane sempre la principale fonte di sostentamento dell'economia afghana.
Il dubbio più grande per l'Occidente: collaborare o no con i talebani?
Si apre qui il capitolo relativo al dubbio più grande che riguarda la sicurezza del Paese e della comunità internazionale dinanzi al rischio che l'Afghanistan torni ad essere il centro del terrorismo internazionale di stampo jihadista: collaborare o no con i talebani nella lotta al terrorismo? Fornire armi e intelligence metterebbe al riparo dal rischio che gli 'studenti coranici' abusino dell'aiuto proveniente dalla comunità internazionale e utilizzino i nuovi strumenti per fini propri?
Un sostegno occidentale potrebbe contribuire concretamente a 'istituzionalizzare' i Talebani e ottenere passi indietro da parte di questi ultimi in ambiti critici, come il riconoscimento e la protezione dei diritti delle donne e delle minoranze?
Molti gli interrogativi, difficili le risposte, quel che appare sicuro è che a un anno di distanza dal ritorno al potere i Talebani oggi hanno enormi problemi interni cui far fronte, con un paese al collasso economico e un rischio carestia per il prossimo inverno, e quanto meno non dovrebbero avere la forza e la possibilità di dare il via libera ad attacchi terroristici contro gli Usa e i loro alleati.